Attacco di panico o crisi d’ansia?

di Chiara Paterlini

“Una forte ansia … qualcosa che terrorizza … non so cosa sia”

Questi i commenti di persone che si trovano a dover rispondere alla domanda, cos’è un attacco di panico?

L’attacco di panico è una condizione clinica ben precisa e complessa, e merita pertanto di essere considerata secondo una chiave di lettura diversa da quella comune.

L’attacco di panico è una condizione di estrema e irragionevole paura.

Nonostante duri solo alcuni minuti, causa nella persona considerevole angoscia, causata soprattutto da allarmanti sintomi corporei: accelerazione del battito cardiaco, vertigini e sensazione di svenimento, formicolii alle estremità del corpo, forte sudorazione, vampate di caldo o freddo, secchezza delle fauci. Fermandoci qui, potremmo considerare l’attacco di panico come uno stato ansioso. Consideriamo allora altri sintomi, forse più allarmanti dei precedenti: sensazione di soffocamento e fame d’aria, nausea, visione annebbiata, senso di costrizione o dolore al petto, sensazioni legate alle facoltà più basilari –di non riuscire a parlare, a pensare-, sensazione che le cose attorno non siano reali, il terrore di comportarsi in modo bizzarro, di perdere il controllo o di morte imminente.

Chiunque di noi vive degli stati ansiosi, più o meno accentuati, dati dalle situazioni più svariate, parlare davanti a un gruppo di persone, sostenere un esame, fare un prelievo di sangue. Molti di fronte a queste situazioni provano forte ansia, ritenendo fosse un attacco di panico. Tuttavia, di fronte a situazioni più stressanti e ansiogene andiamo avanti, sosteniamo il nostro ruolo, portiamo a termine il nostro compito, e magari le risolviamo distraendoci con qualcosa d’altro. Chi soffre di attacchi di panico, purtroppo, tutto questo non lo fa; non porta a termine quell’impegno, e di certo non risolve la situazione solo con una distrazione.

Chi ha sperimentato, anche una sola volta, un attacco di panico, è persistentemente preoccupato che possa ripetersi, ed evita la situazione nella quale si è verificato il primo episodio e, successivamente, tutte quelle situazioni che crede ne siano la causa. La persona formula delle associazioni tra il comportamento precedente l’attacco di panico, e l’attacco stesso, elaborando delle strategie che evitino di provocarne altri. Se consideriamo quello che si diceva prima, la paura di perdere il controllo- di svenire- di comportarsi in modo bizzarro, le situazioni che più frequentemente saranno evitate sono i luoghi affollati, i mezzi pubblici, i luoghi lontani da casa. Questo perché l’attacco di panico, oltre al terrore che comporta, suscita un forte disagio, forse vergogna, per essere visto in quello stato. Se consideriamo poi lo stato di terrore, le persone che ne soffrono evitano emozioni forti, non escono di casa senza le medicine, individuano e tengono d’occhio le uscite di sicurezza, se in spazi chiusi aprono tutte le porte e finestre. È dunque una situazione pervasiva, che si espande a macchia d’olio coinvolgendo tutte le aree di vita della persona, e invasiva, che porta la persona a cambiare le sue abitudini.

Oltre agli evitamenti, l’attacco di panico causa la completa interruzione dell’attività momentanea della persona, che si sdraia a terra, fugge in un altro ambiente o a casa, o collassa. È uno stato invalidante, e per tale motivo è bene che venga distinto da uno stato ansioso. Qui non si tratta di fare una distinzione tra panico e ansia perché uno è più importante e l’altra no, senz’altro sono due condizioni che meritano la dovuta considerazione. Semplicemente, sono due cose diverse; per intenderci, tanta ansia non porta al panico.

COME SI POSSONO AFFRONTARE GLI ATTACCHI DI PANICO?

Senza voler rimarcare aspetti centrali del disturbo da attacchi panico, lo si consideri come una condizione egodistonica. Una condizione è egodistonica quando non è in sintonia con il proprio sé, quando crea disagio, quando è scomoda. Al contrario, si definiscono egosintonici pensieri, sintomi, convinzioni e caratteristiche psicologiche che la persona sente come parte di sè, conseguenze naturali del proprio modo di essere, qualcosa che è in sintonia con la propria persona. Si può affermare che le persone che percepiscono una condizione come negativa-sfavorevole-disagiante-distonica richiedano sovente aiuto per risolverla. L’impostazione di un lavoro di tipo psicologico/psicoterapico si articola considerando diversi quesiti ai quali lo psicologo/psicoterapeuta e il paziente cercano di dare una risposta, ognuno dei quali apre secondo un effetto domino altri quesiti ed evidenzia degli aspetti personologici che emergono gradualmente durante il lavoro che si sta svolgendo e che, direttamente o indirettamente, iniziano risolvere il problema per cui si sono rivolti al professionista. Uno spiraglio di luce che si intravede, oppure il tassello del puzzle messo nel posto giusto. Senza dubbio importante e interessante comprendere che cosa sia successo in quel momento del lavoro!

Le persone che soffrono di un disturbo da attacchi di panico sovente si rivolgono a psicologi e psicoterapeuti perché, effettivamente, “non ce la fanno più”. A volte riferiscono di svolgere delle attività, ad esempio fisica, che fungono da contenitore, da posto sicuro e protetto. Tutti questi spazi e luoghi sicuri sono molto importanti in un lavoro psicologico/psicoterapico, se non altro perché fanno del bene alla persona, del bene che deve assolutamente essere valorizzato (ricordiamoci che il paziente è l’esperto di sé stesso) e del quale va compreso il significato che ha per la persona, in modo poi da introdurlo in maniera strutturata all’interno del lavoro psicologico / psicoterapico. Secondo queste modalità, di integrazione di ciò che la persona fa per star bene, inclusa una psicoterapia, sarà possibile, se non guarire, quantomeno ridurre il campo d’azione di un disturbo tanto invalidante quale l’attacco di panico.

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